"Donna non si nasce, si diventa" (Simone de Beauvoir)
martedì 27 aprile 2010
lunedì 26 aprile 2010
Giudizio spassionato di un lettore che passava da li' per caso....
Dalla home page del sito www.vecchioni.it :
Daria, mia moglie naturalmente, presenterà il suo primo romanzo il
20 aprile alla libreria Mondadori in piazza Duomo a Milano alle 18. Voi
sapete tutti che Daria non è una persona banale. Ci ha lavorato oltre
un anno e ne è venuto fuori un intreccio attualissimo di affetti
familiari, di amori raccolti in ritardo e salvati attraverso le parole.
"MEGLIO DIRSELO" è una storia svolta intorno alla tesi che l'infanzia
condiziona l'esistenza, ed è anche un omaggio alla forza delle donne.
Libro intenso e positivo che secondo me vale la pena di leggere.
Roberto Vecchioni
domenica 11 aprile 2010
mercoledì 31 marzo 2010
DSonline.it
6 Aprile 2003
L'intervento di Daria Colombo
Sono stata incerta se accettare o no il vostro invito, io che ho partecipato e vissuto da vicino numerosi appuntamenti della storia di questo partito, nel quale PERSONALMENTE mi riconosco da sempre. Purtuttavia sono consapevole che senza sceglierlo e probabilmente senza meritarlo, mi trovo oggi a rappresentare un movimento che, nato per la difesa dei diritti, va oltre i confini di un singolo partito e direi anche della stessa coalizione. Ma pur nella consapevolezza di essere in una sede di partito, ho scelto di esserci (e vi ringrazio per l’opportunità), per non alimentare le voci, più o meno forzate, di contrapposizione movimenti-partiti, che purtroppo nuovamente vedo apparire sulla stampa e che a mio avviso non solo sono, nella visione dei movimenti, false e tendenziose, ma anche sicuramente, reciprocamente nocive.
Invitandomi qui il segretario Fassino ha dato ancora una volta dimostrazione della sua attenzione al mondo dei movimenti come abbiamo gia avuto modo di apprezzare in passato. Mi auguro fortemente che il medesimo atteggiamento di rispetto e disponibilità appartenga a tutti i membri di questo partito. Per questo ho scelto di esserci, anche se non ritengo il caso in questa sede, di entrare nel merito del programma da voi proposto: non ne avrei nè il titolo nè il mandato. Sono qui per sottolineare ancora una volta la necessità di dialogo al quale i girotondi contribuiranno con considerazioni, suggerimenti e idee in una grande assemblea dove è auspicabile che TUTTE le voci dell’opposizione abbiano la possibilità di esprimersi liberamente e costruttivamente. Noi infatti guardiamo a questo appuntamento come alla prima tappa di un cammino di medio/lungo termine diverso nei metodi, ma comune negli obbiettivi e con la speranza che in questa assemblea allargata, tutte le voci, dentro e fuori dai partiti, possano realmente confrontarsi e trovare convergenza ed espressione in un comune progetto per la coalizione dell’Ulivo che rispecchi VERAMENTE il grande e variegato schieramento del centrisinistra.
Ciò potrà realizzarsi solo partendo dal riconoscimento di tutti che lo sbocco non può essere predeterminato, ma che dovrà emergere da un confronto vero, che le proprie tesi non vanno imposte ma proposte, certamente difese, ma non senza mettere in conto la possibilità di modificarle.
PERSONALMENTE ritengo indispensabile il presupposto che alla fine del percorso, anche lungo, di un confronto paritario , si produca un programma di governo in cui tutti si riconoscano che possa anche dar vita ad un unico soggetto politico. Ritengo che un luogo permanente di confronto e di dialogo, in via di realizzazione, possa essere non solamente un momento di ricerca comune, ma anche uno strumento dell’area antigovernativa e che il dibattito franco tra tutte le anime che in essa si riconoscono, debba esprimere anche una classe dirigente adeguata, e quando dico adeguata intendo in grado di rappresentare e valorizzare tutte le istanze che esistono nell’ulivo e oltre.
Non posso astenermi, infatti, dall’esprimere qui la dolorosa preoccupazione che accomuna noi dei movimenti alla grande maggioranza della base di questo partito, che ci è stata spesso vicino e ci ha aiutato realizzare le nostre manifestazioni. Mi riferisco sicuramente alle divisioni interne alla coalizione, ma anche alla rinnovata radicalizzazione di una lotta interna ai D.S., ai corposi elementi di divisione e di antagonismo e all’identificazione di persone con linee politiche. Non sono certo queste le basi per andare avanti in un partito plurale, che deve saper esprimere i diversi punti di vista senza mai arrivare ad una frantumazione o peggio a una divisione. Concedetemi un invito A TUTTI ad evitare eccessi e polemiche nella convinzione PERSONALE, che lo sforzo unitario di tutti non escluderà un profilo riconoscibile nel partito che è l’asse portante del centrosinistra.
Non ho difficoltà ad ammettere che anche tra noi esistono posizioni di corposa differenza, ma un movimento che si fonda sul terreno circoscritto della difesa dei diritti avrà sempre, comunque un territorio comune, senza l’obbligo (non facile lo riconosco), che invece deve avere un partito, di trovare convergenza fra tutti i punti di vista.
Oggi più che mai è il momento di una seria e articolata riflessione sulla politica in generale, superando le ormai vecchie e improduttive articolazioni fra sinistra riformista e sinistra radicale e anche sinistra sociale.
Dopo l’esperienza del governo di centro sinistra, la vittoria di Berlusconi e il disorientamento iniziale dell’opposizione, è emerso direttamente dalla società civile, un modo diverso di pensare e praticare la politica.
Non è stato e non è solo un fatto occasionale o fisiologico in risposta a ritardi e mancanze o incomprensioni da parte della società politica della maggioranza e anche dell’ opposizione.O meglio, non solo. L’esperienza dell’ultimo anno,in Italia, ha fatto emergere un ceto medio urbano riflessivo e responsabile, che ha messo in campo esigenze, comportamenti, modi e funzioni della politica, NUOVI, non volendo percorrere per sè, gli strumenti , i metodi e le modalità della vecchia militanza e non necessariamente in posizione antagonista, nè massimalista, né antipolitica, né tantomeno concorrente.
E’ importante capire che il compito di questo modo ed esigenza di pensare e di fare politica, non rappresenta pertanto solo una sorta di “giovinezza” della società civile, che fisiologicamente viene superata dalla maturità della società politica.
Questo è un errore di visione che appartiene a mio avviso soprattutto alla cosidetta area riformista, caratterizzata dal realismo e dalla concretezza e che sembra costretta ma non convinta, a tener conto di quanto espresso in maniera così importante dalla società civile. E questo è, (sempre a mio avviso), un preconcetto teorico e un limite politico.
Nella cosidetta area radicale d’altro canto , pur con le stesse finalità di governo, si rischia secondo me, di assumere la cultura dei movimenti come strumento di lotta all’interno dello schieranento di centrosinistra, col rischio di portare gli stessi movimenti su un terreno politico e su finalità che non gli sono proprie, che snaturerebbero alla lunga la loro essenza e la loro naturale funzione, e che alla fine nuocerebbe ad entrambi.
PER QUESTO è necessario dunque privilegiare un confronto vero e articolato tra tutte le formazioni, sui complessi temi che identificano il vario mondo del centro sinistra, sia quelli presenti nella società civile che nella società politica, che faccia emergere un’ identità culturale e politica per un programma comune di governo, che possa interessare elettoralmente la più ampia articolazione della società italiana in tutte le sue istanze, (economiche, politiche, culturali e religiose).
Questo, a mio avviso, il compito da mettere in agenda da subito, senza questo, credo che il resto risulti inutile , vecchio , dispersivo e perdente.
Concludo ribadendo che la mia scelta di non entrare in merito al programma non è dovuta nè a reticenza nè a insufficenza, ma politicamente rimandata alla prima tappa di quel cammino comune per il quale lo sforzo, da parte di questo partito e del suo segretario è (e questo si, mi sento tranquillamente di attestarlo), apprezzato CERTAMENTE dalla grandissima maggioranza degli appartenenti al movimento che in qualche modo rappresento.
L'intervento di Daria Colombo
Sono stata incerta se accettare o no il vostro invito, io che ho partecipato e vissuto da vicino numerosi appuntamenti della storia di questo partito, nel quale PERSONALMENTE mi riconosco da sempre. Purtuttavia sono consapevole che senza sceglierlo e probabilmente senza meritarlo, mi trovo oggi a rappresentare un movimento che, nato per la difesa dei diritti, va oltre i confini di un singolo partito e direi anche della stessa coalizione. Ma pur nella consapevolezza di essere in una sede di partito, ho scelto di esserci (e vi ringrazio per l’opportunità), per non alimentare le voci, più o meno forzate, di contrapposizione movimenti-partiti, che purtroppo nuovamente vedo apparire sulla stampa e che a mio avviso non solo sono, nella visione dei movimenti, false e tendenziose, ma anche sicuramente, reciprocamente nocive.
Invitandomi qui il segretario Fassino ha dato ancora una volta dimostrazione della sua attenzione al mondo dei movimenti come abbiamo gia avuto modo di apprezzare in passato. Mi auguro fortemente che il medesimo atteggiamento di rispetto e disponibilità appartenga a tutti i membri di questo partito. Per questo ho scelto di esserci, anche se non ritengo il caso in questa sede, di entrare nel merito del programma da voi proposto: non ne avrei nè il titolo nè il mandato. Sono qui per sottolineare ancora una volta la necessità di dialogo al quale i girotondi contribuiranno con considerazioni, suggerimenti e idee in una grande assemblea dove è auspicabile che TUTTE le voci dell’opposizione abbiano la possibilità di esprimersi liberamente e costruttivamente. Noi infatti guardiamo a questo appuntamento come alla prima tappa di un cammino di medio/lungo termine diverso nei metodi, ma comune negli obbiettivi e con la speranza che in questa assemblea allargata, tutte le voci, dentro e fuori dai partiti, possano realmente confrontarsi e trovare convergenza ed espressione in un comune progetto per la coalizione dell’Ulivo che rispecchi VERAMENTE il grande e variegato schieramento del centrisinistra.
Ciò potrà realizzarsi solo partendo dal riconoscimento di tutti che lo sbocco non può essere predeterminato, ma che dovrà emergere da un confronto vero, che le proprie tesi non vanno imposte ma proposte, certamente difese, ma non senza mettere in conto la possibilità di modificarle.
PERSONALMENTE ritengo indispensabile il presupposto che alla fine del percorso, anche lungo, di un confronto paritario , si produca un programma di governo in cui tutti si riconoscano che possa anche dar vita ad un unico soggetto politico. Ritengo che un luogo permanente di confronto e di dialogo, in via di realizzazione, possa essere non solamente un momento di ricerca comune, ma anche uno strumento dell’area antigovernativa e che il dibattito franco tra tutte le anime che in essa si riconoscono, debba esprimere anche una classe dirigente adeguata, e quando dico adeguata intendo in grado di rappresentare e valorizzare tutte le istanze che esistono nell’ulivo e oltre.
Non posso astenermi, infatti, dall’esprimere qui la dolorosa preoccupazione che accomuna noi dei movimenti alla grande maggioranza della base di questo partito, che ci è stata spesso vicino e ci ha aiutato realizzare le nostre manifestazioni. Mi riferisco sicuramente alle divisioni interne alla coalizione, ma anche alla rinnovata radicalizzazione di una lotta interna ai D.S., ai corposi elementi di divisione e di antagonismo e all’identificazione di persone con linee politiche. Non sono certo queste le basi per andare avanti in un partito plurale, che deve saper esprimere i diversi punti di vista senza mai arrivare ad una frantumazione o peggio a una divisione. Concedetemi un invito A TUTTI ad evitare eccessi e polemiche nella convinzione PERSONALE, che lo sforzo unitario di tutti non escluderà un profilo riconoscibile nel partito che è l’asse portante del centrosinistra.
Non ho difficoltà ad ammettere che anche tra noi esistono posizioni di corposa differenza, ma un movimento che si fonda sul terreno circoscritto della difesa dei diritti avrà sempre, comunque un territorio comune, senza l’obbligo (non facile lo riconosco), che invece deve avere un partito, di trovare convergenza fra tutti i punti di vista.
Oggi più che mai è il momento di una seria e articolata riflessione sulla politica in generale, superando le ormai vecchie e improduttive articolazioni fra sinistra riformista e sinistra radicale e anche sinistra sociale.
Dopo l’esperienza del governo di centro sinistra, la vittoria di Berlusconi e il disorientamento iniziale dell’opposizione, è emerso direttamente dalla società civile, un modo diverso di pensare e praticare la politica.
Non è stato e non è solo un fatto occasionale o fisiologico in risposta a ritardi e mancanze o incomprensioni da parte della società politica della maggioranza e anche dell’ opposizione.O meglio, non solo. L’esperienza dell’ultimo anno,in Italia, ha fatto emergere un ceto medio urbano riflessivo e responsabile, che ha messo in campo esigenze, comportamenti, modi e funzioni della politica, NUOVI, non volendo percorrere per sè, gli strumenti , i metodi e le modalità della vecchia militanza e non necessariamente in posizione antagonista, nè massimalista, né antipolitica, né tantomeno concorrente.
E’ importante capire che il compito di questo modo ed esigenza di pensare e di fare politica, non rappresenta pertanto solo una sorta di “giovinezza” della società civile, che fisiologicamente viene superata dalla maturità della società politica.
Questo è un errore di visione che appartiene a mio avviso soprattutto alla cosidetta area riformista, caratterizzata dal realismo e dalla concretezza e che sembra costretta ma non convinta, a tener conto di quanto espresso in maniera così importante dalla società civile. E questo è, (sempre a mio avviso), un preconcetto teorico e un limite politico.
Nella cosidetta area radicale d’altro canto , pur con le stesse finalità di governo, si rischia secondo me, di assumere la cultura dei movimenti come strumento di lotta all’interno dello schieranento di centrosinistra, col rischio di portare gli stessi movimenti su un terreno politico e su finalità che non gli sono proprie, che snaturerebbero alla lunga la loro essenza e la loro naturale funzione, e che alla fine nuocerebbe ad entrambi.
PER QUESTO è necessario dunque privilegiare un confronto vero e articolato tra tutte le formazioni, sui complessi temi che identificano il vario mondo del centro sinistra, sia quelli presenti nella società civile che nella società politica, che faccia emergere un’ identità culturale e politica per un programma comune di governo, che possa interessare elettoralmente la più ampia articolazione della società italiana in tutte le sue istanze, (economiche, politiche, culturali e religiose).
Questo, a mio avviso, il compito da mettere in agenda da subito, senza questo, credo che il resto risulti inutile , vecchio , dispersivo e perdente.
Concludo ribadendo che la mia scelta di non entrare in merito al programma non è dovuta nè a reticenza nè a insufficenza, ma politicamente rimandata alla prima tappa di quel cammino comune per il quale lo sforzo, da parte di questo partito e del suo segretario è (e questo si, mi sento tranquillamente di attestarlo), apprezzato CERTAMENTE dalla grandissima maggioranza degli appartenenti al movimento che in qualche modo rappresento.
lunedì 29 marzo 2010
Intervista a Daria Colombo, una delle promotrici del movimento dei girotondini

ROMA - E' il 14 settembre 2002. Un milione di persone invadono piazza san Giovanni a Roma. E' la consacrazione del movimento dei girotondi. Oggi, a distanza di sette anni, piazza San Giovanni si appresta a essere riempita nuovamente. Stavolta da un movimento che nasce da Internet e che grazie alla Rete si sviluppa. Daria Colombo era una delle animatrici della stagione dei girotondi, che certo non ha più toccato le vette di San Giovanni, ma ha fatto sentire i suoi effetti in mille modi: "Eravamo partiti con un volantino e tanta speranza. Chiamavano a raccolta i cittadini intorno a quei palazzi che rappresentavano un simbolo di diritto. Poche decine all'inizio, un milione alla fine".
Vede differenze tra le vostre motivazione e quelle del No B-day?
"No, anzi direi che oggi le cose vanno ancora peggio. Quei diritti che difendevamo allora vanno difesi ancora oggi. E con forza"
Voi usavate i volantini, oggi tutto nasce su Facebook e sui social network.
"E' vero. Ricordo il nostro primo volantino che distribuimmo anche al mercato. Poi, certo, utilizzavamo le mail, ma questa è una generazione più giovane, che parla un linguaggio diverso. Ma è un bene che ci sia e che si muova così".
Che idea si è fatta dei promotori del "No B-day"?
"Ho parlato con alcuni di loro e mi pare che abbiano avuto un'idea splendida e che si muovano con grande entusiasmo e passione. Sono sinceri quando dicono che vogliono tener fuori i partiti ed è vero che nascono dalla società civile".
Di cui si può certificare la rinascita?
"La società civile non è mai morta. Certo, quel movimento non ha più toccato certe vette, ma continua a far politica in varie forme, magari meno visibili. La sua nascita, però, ha segnato un cambiamento irreversibile".
Dalla società civile ai partiti. Dal "No B-day" viene un secco altolà, il Pd sembra diviso mentre Di Pietro non perde occasione per sottolineare la sua partecipazione alla manifestazione."Al Pd dico che farebbe bene a capire questo movimento e a dialogarci, altrimenti non capisco a che serve il Pd".
Sabato la manifestazione: lei come visse l'attesa del giorno prima?
"Serenamente, anche perché si avvertiva che la partecipazione sarebbe stata enorme. Ero più tesa prima del primo girotondo, aspettavamo 50 persone ne sono arrivate mille".
Che rischi corrono quelli del no B-day?
"Da una che c'è passata....mantengano l'autonomia dai partiti ma ci dialoghino e così facciano i partiti senza cercare strumentalizzazioni".
Questi sono i rischi esterni e quelli interni?
"Un movimento è fatto di tante teste diverse, che magari non la vedono allo stesso modo su tutto ma sono d'accordo sui principi fondamentali come quello della difesa della Costituzione. Ecco, per questo possono farne parte anche persone di centrodestra che non vanno additate o escluse. Democrazia è anche questo".
E del dopo 5 dicembre che idea si è fatta?
"Difficile dirlo. Bisognerà vedere se avranno la forza e la volontà di trasformarsi in qualcosa di più stabile".
Ultima cosa, sabato suo marito Roberto Vecchioni sarà sul palco. Lei sarà in piazza a Roma?"Certamente".
di MATTEO TONELLI
La Repubblica 04 dicembre 2009
L'Unità - Impariamo dagli errori passati
LA PIAZZA E IL PD IMPARIAMO DAGLI ERRORI PASSATI -
di Daria Colombo
Ma chi glielo ha fatto fare all’insegnante in pensione Costanza Lunardi, di sessantadue anni, che guadagna 1200 euro al mese, di spenderne 120 di treno e passarci su 12 ore in un giorno, partendo da Lonato, un paesino vicino a Brescia, per andare a Roma, camminarne altre cinque e tornare indietro in giornata? E a Toni Rossetti imprenditore di Avellino? O a Laura Orlando laureanda in legge? L’elenco potrebbe essere lungo e poco importa se la cifra è quella della questura o quella degli organizzatori della giornata del “No-B day”. Resta inevasa la domanda e le numerose domande che la piazza viola ha sollevato e che un giornalista avrebbe il dovere di porsi. Sono talmente appagati dalla realtà quotidiana e annoiati dalla nostra politica, così parca di sorprese e colpi di scena i nostri giovani, i nostri pensionati, i nostri professionisti da inventarsi una scampagnata collettiva, nella pur sempre bella capitale? Ci si augura che anche chi non ha condiviso la protesta ne condivida almeno le motivazioni, che altrimenti protesta assai più forte dovrebbe essere organizzata. A parte l’assoluto elemento di originalità che ha caratterizzato la giornata, nata e organizzata sulla rete, dispiace che a qualcuno sia sfuggito che tra questa manifestazione e quella autoconvocata nella stessa piazza dai girotondi, nel 2002, qualcosa in questi anni è accaduto. Per esempio che il Partito Democratico è nato proprio per sopperire alla difficoltà di dialogo con la base intesa non più solo come l’insieme degli iscritti, ma anche di tutti gli elettori. Per esempio che nel nuovo partito dovrebbero sentirsi a casa loro non solo gli appartenenti ai vecchi partiti ma anche quella società civile che a loro fianco (e non contro di loro) fa da anni opposizione. Per esempio che in questi anni laddove la politica ha cambiato le sue forme aprendosi verso i cittadini è stata puntualmente premiata (vedi primarie), e che se anziché unire in un'unica opposizione ricominciamo a dividere buoni e cattivi, quelli che hanno il diritto e quelli che no, è certo che Berlusconi ce lo terremo ancora a lungo. Può essere comprensibile la mancata adesione del Segretario del maggiore partito di opposizione a una piazza che chiede le dimissioni del presidente del consiglio, a favore di un’opposizione parlamentare e istituzionale, lasciando ai suoi iscritti, dirigenti e simpatizzanti la libertà o meno di partecipare. Forse, se si fosse preoccupato appena eletto di mantenere la promessa di creare nuove, necessarie strutture permanenti di raccordo tra Partito e società, la manifestazione la si sarebbe potuta costruire insieme, decidendo insieme contenuti, modi e finalità. Auguriamoci che accada in futuro. E auguriamoci anche di non rileggere sull’argomento, a distanza di anni, gli stessi identici articoli che già non c’erano piaciuti la prima volta. DAI GIROTONDI ALL’ONDA VIOLA GIORNALISTA
7 dicembre 2009
pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 19) nella sezione "Forum"
di Daria Colombo
Ma chi glielo ha fatto fare all’insegnante in pensione Costanza Lunardi, di sessantadue anni, che guadagna 1200 euro al mese, di spenderne 120 di treno e passarci su 12 ore in un giorno, partendo da Lonato, un paesino vicino a Brescia, per andare a Roma, camminarne altre cinque e tornare indietro in giornata? E a Toni Rossetti imprenditore di Avellino? O a Laura Orlando laureanda in legge? L’elenco potrebbe essere lungo e poco importa se la cifra è quella della questura o quella degli organizzatori della giornata del “No-B day”. Resta inevasa la domanda e le numerose domande che la piazza viola ha sollevato e che un giornalista avrebbe il dovere di porsi. Sono talmente appagati dalla realtà quotidiana e annoiati dalla nostra politica, così parca di sorprese e colpi di scena i nostri giovani, i nostri pensionati, i nostri professionisti da inventarsi una scampagnata collettiva, nella pur sempre bella capitale? Ci si augura che anche chi non ha condiviso la protesta ne condivida almeno le motivazioni, che altrimenti protesta assai più forte dovrebbe essere organizzata. A parte l’assoluto elemento di originalità che ha caratterizzato la giornata, nata e organizzata sulla rete, dispiace che a qualcuno sia sfuggito che tra questa manifestazione e quella autoconvocata nella stessa piazza dai girotondi, nel 2002, qualcosa in questi anni è accaduto. Per esempio che il Partito Democratico è nato proprio per sopperire alla difficoltà di dialogo con la base intesa non più solo come l’insieme degli iscritti, ma anche di tutti gli elettori. Per esempio che nel nuovo partito dovrebbero sentirsi a casa loro non solo gli appartenenti ai vecchi partiti ma anche quella società civile che a loro fianco (e non contro di loro) fa da anni opposizione. Per esempio che in questi anni laddove la politica ha cambiato le sue forme aprendosi verso i cittadini è stata puntualmente premiata (vedi primarie), e che se anziché unire in un'unica opposizione ricominciamo a dividere buoni e cattivi, quelli che hanno il diritto e quelli che no, è certo che Berlusconi ce lo terremo ancora a lungo. Può essere comprensibile la mancata adesione del Segretario del maggiore partito di opposizione a una piazza che chiede le dimissioni del presidente del consiglio, a favore di un’opposizione parlamentare e istituzionale, lasciando ai suoi iscritti, dirigenti e simpatizzanti la libertà o meno di partecipare. Forse, se si fosse preoccupato appena eletto di mantenere la promessa di creare nuove, necessarie strutture permanenti di raccordo tra Partito e società, la manifestazione la si sarebbe potuta costruire insieme, decidendo insieme contenuti, modi e finalità. Auguriamoci che accada in futuro. E auguriamoci anche di non rileggere sull’argomento, a distanza di anni, gli stessi identici articoli che già non c’erano piaciuti la prima volta. DAI GIROTONDI ALL’ONDA VIOLA GIORNALISTA
7 dicembre 2009
pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 19) nella sezione "Forum"
L'unità - Ci saremo anche noi
«Ci saremo anche noi in piazza San Giovanni»di Daria Colombo Roberto Vecchioni
Ci saremo per rinsaldare le fila Ci saremo naturalmente anche noi alla prossima, grande manifestazione dell'Opposizione da voi proposta, direttore. Ci saremo nella forma con cui l'Unità riterrà che anche noi potremo fare la nostra parte. Ci saremo perché quel giorno, a piazza S. Giovanni, pensavamo di aver toccato il fondo della vergogna istituzionale e non sapevamo che il peggio era ben lungi a venire. Ci saremo perché non un solo giorno, dall'insediatura di questo governo, mai sono venuti a mancare i motivi validi per protestare, né, ne siamo purtroppo convinti, mancheranno fino alla fine di questa sciagurata legislatura che massacra i diritti senza nemmeno più preoccuparsi di salvare le apparenze e che tenta di distruggere quanto di sano e di pulito questo paese orgogliosamente conserva. Ci saremo, in modo convinto e costruttivo, perché siamo certi che la somma delle scontentezze (ché mai un governo ha toccato in negativo settori così ampi e svariati della società), unendosi in un'unica voce potrà dare la cifra di quanti siamo ed alimentarci a vicenda. Ci saremo anche nella speranza che lavorare e ritrovarsi insieme, gente dei partiti, associazioni e movimenti, possa servire di sollecitazione a tutti noi per rinsaldare le fila di chi non ci sta. E perché vengano affrontate a livello politico, in particolare da chi ha maggiori responsabilità, nel modo più serio e unitario possibile, le prossime scadenze elettorali che potranno finalmente liberare la nostra democrazia umiliata dal rischio che corre ogni giorno. Serve l’unità del centrosinistra Aderiamo all'appello lanciato dall'Unità per tornare in piazza San Giovanni, dove è necessario essere in molti. Ma non può bastare la manifestazione di un giorno per fermare il flagello del berlusconismo. Dove sono i partiti del centro-sinistra? Dove è la loro determinazione per fermare una volta per tutte Berlusconi, con una rigenerante unità politica e programmatica? Chiediamo ai partiti di opposizione, tutti, che sperimentino sin da subito l'unità sotto la Grande Alleanza Democratica e che, anche grazie al lievito dei movimenti, si impegnino una volta per tutte, senza meschinità e logiche di corridoio, a stare insieme. Questo è quanto chiedono gli elettori. I partiti hanno la grande responsabilità di alzare il livello politico della discussione perm tirar fuori dalla tragedia il nostro paese. Noi, ribadiamo, ci siamo e siamo pronti a lavorare insieme. Ornella De Zordo, Unaltracittà/Unaltromondo, gruppo consiliare Firenze La mobilitazione è ossigeno Non si può che aderire alla proposta di Padellaro che pone la difesa della Costituzione repubblicana e il “no” alla riforma della giustizia varata dal governo (per fortuna in stand by grazie al presidente Ciampi) al centro di una “San Giovanni bis”. A incoraggiare nella mobilitazione ci pensa anche il ritorno in piazza dei girotondi di qualche giorno fa in occasione del decreto “salva Previti”. Basta leggere le pagine de l’Unità di questi giorni per capire che la proposta del quotidiano ha colpito nel segno. Rimettere in moto idee, proposte, persone, gruppi e associazioni è ossigeno per la politica del centrosinistra che altrimenti rischia di impantanarsi tra veti o progetti fumosi di federazioni unitarie. Aldo Garzia, Direttore responsabilr di Aprile Diciamo basta Aderiamo con entusiasmo alla proposta lanciata dal Condirettore de l’Unità Antonio Padellaro per una grande manifestazione popolare, capace di unire tutte le forze politiche del centrosinistra, dei movimenti, delle associazioni, di semplici cittadini, per dire BASTA a questa maggioranza arrogante ed eversiva. Una mobilitazione tanto ampia per rilanciare le nostre proposte e il nostro programma, per dire chiaramente che quando torneremo al governo saranno cancellate leggi profondamente ingiuste e sbagliate, che lotteremo fino allo stremo per difendere e valorizzare la nostra Costituzione e soprattutto per dare a tutti, innanzi tutto ai giovani, una speranza per il futuro. Associazione Il Campo-Idee per il futuro Faremo la nostra parte Cara Unità, siamo pronti a fare la nostra parte. Ci trova pienamente d'accordo, infatti, la proposta di Antonio Padellaro. I Democratici di Sinistra di Roma non solo saranno presenti in piazza, ma offriranno tutta la loro struttura organizzativa, il loro impegno e la disponibilità per la massima diffusione e, quindi, per una mobilitazione di massa che garantisca il successo pieno della manifestazione. Per ora, un grazie per aver avanzato e dato voce a quella che, data la risposta spontanea e immediata di cittadini, movimenti e partiti, è un'ottima proposta. Massimo Pompili segretario Federazione romana Ds La carica dei lavoratori Ci saremo anche noi, con i lavoratori del Veneto che chiamiamo in tanti in Piazza San Giovanni. Li invitiamo a costruire la partecipazione in ogni luogo di lavoro e venire con gli striscioni unitari delle Rsu, oltre che con quella grande carica che li ha sempre contraddistinti. Diego Gallo, Segretario Generale Cgil Veneto In piazza tutti gli uomini liberi Sì,è vero, è tempo di scendere in piazza. Girotondi e movimenti tutti lo faranno in occasione del passaggio al Senato della “salva - Previti” e sarà solo il prologo d’una grande ed inclusiva manifestazione nazionale che, come felicemente auspicato da Antonio Padellaro, chiami a raccolta tutti gli uomini liberi e fieri di opporsi - senza graduatorie o primogeniture - al decadimento che questo governo vuole imporci. Giuliana Quattromini, Girotondi Napoli
21 dicembre 2004
pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 5) nella sezione "Politica"
Ci saremo per rinsaldare le fila Ci saremo naturalmente anche noi alla prossima, grande manifestazione dell'Opposizione da voi proposta, direttore. Ci saremo nella forma con cui l'Unità riterrà che anche noi potremo fare la nostra parte. Ci saremo perché quel giorno, a piazza S. Giovanni, pensavamo di aver toccato il fondo della vergogna istituzionale e non sapevamo che il peggio era ben lungi a venire. Ci saremo perché non un solo giorno, dall'insediatura di questo governo, mai sono venuti a mancare i motivi validi per protestare, né, ne siamo purtroppo convinti, mancheranno fino alla fine di questa sciagurata legislatura che massacra i diritti senza nemmeno più preoccuparsi di salvare le apparenze e che tenta di distruggere quanto di sano e di pulito questo paese orgogliosamente conserva. Ci saremo, in modo convinto e costruttivo, perché siamo certi che la somma delle scontentezze (ché mai un governo ha toccato in negativo settori così ampi e svariati della società), unendosi in un'unica voce potrà dare la cifra di quanti siamo ed alimentarci a vicenda. Ci saremo anche nella speranza che lavorare e ritrovarsi insieme, gente dei partiti, associazioni e movimenti, possa servire di sollecitazione a tutti noi per rinsaldare le fila di chi non ci sta. E perché vengano affrontate a livello politico, in particolare da chi ha maggiori responsabilità, nel modo più serio e unitario possibile, le prossime scadenze elettorali che potranno finalmente liberare la nostra democrazia umiliata dal rischio che corre ogni giorno. Serve l’unità del centrosinistra Aderiamo all'appello lanciato dall'Unità per tornare in piazza San Giovanni, dove è necessario essere in molti. Ma non può bastare la manifestazione di un giorno per fermare il flagello del berlusconismo. Dove sono i partiti del centro-sinistra? Dove è la loro determinazione per fermare una volta per tutte Berlusconi, con una rigenerante unità politica e programmatica? Chiediamo ai partiti di opposizione, tutti, che sperimentino sin da subito l'unità sotto la Grande Alleanza Democratica e che, anche grazie al lievito dei movimenti, si impegnino una volta per tutte, senza meschinità e logiche di corridoio, a stare insieme. Questo è quanto chiedono gli elettori. I partiti hanno la grande responsabilità di alzare il livello politico della discussione perm tirar fuori dalla tragedia il nostro paese. Noi, ribadiamo, ci siamo e siamo pronti a lavorare insieme. Ornella De Zordo, Unaltracittà/Unaltromondo, gruppo consiliare Firenze La mobilitazione è ossigeno Non si può che aderire alla proposta di Padellaro che pone la difesa della Costituzione repubblicana e il “no” alla riforma della giustizia varata dal governo (per fortuna in stand by grazie al presidente Ciampi) al centro di una “San Giovanni bis”. A incoraggiare nella mobilitazione ci pensa anche il ritorno in piazza dei girotondi di qualche giorno fa in occasione del decreto “salva Previti”. Basta leggere le pagine de l’Unità di questi giorni per capire che la proposta del quotidiano ha colpito nel segno. Rimettere in moto idee, proposte, persone, gruppi e associazioni è ossigeno per la politica del centrosinistra che altrimenti rischia di impantanarsi tra veti o progetti fumosi di federazioni unitarie. Aldo Garzia, Direttore responsabilr di Aprile Diciamo basta Aderiamo con entusiasmo alla proposta lanciata dal Condirettore de l’Unità Antonio Padellaro per una grande manifestazione popolare, capace di unire tutte le forze politiche del centrosinistra, dei movimenti, delle associazioni, di semplici cittadini, per dire BASTA a questa maggioranza arrogante ed eversiva. Una mobilitazione tanto ampia per rilanciare le nostre proposte e il nostro programma, per dire chiaramente che quando torneremo al governo saranno cancellate leggi profondamente ingiuste e sbagliate, che lotteremo fino allo stremo per difendere e valorizzare la nostra Costituzione e soprattutto per dare a tutti, innanzi tutto ai giovani, una speranza per il futuro. Associazione Il Campo-Idee per il futuro Faremo la nostra parte Cara Unità, siamo pronti a fare la nostra parte. Ci trova pienamente d'accordo, infatti, la proposta di Antonio Padellaro. I Democratici di Sinistra di Roma non solo saranno presenti in piazza, ma offriranno tutta la loro struttura organizzativa, il loro impegno e la disponibilità per la massima diffusione e, quindi, per una mobilitazione di massa che garantisca il successo pieno della manifestazione. Per ora, un grazie per aver avanzato e dato voce a quella che, data la risposta spontanea e immediata di cittadini, movimenti e partiti, è un'ottima proposta. Massimo Pompili segretario Federazione romana Ds La carica dei lavoratori Ci saremo anche noi, con i lavoratori del Veneto che chiamiamo in tanti in Piazza San Giovanni. Li invitiamo a costruire la partecipazione in ogni luogo di lavoro e venire con gli striscioni unitari delle Rsu, oltre che con quella grande carica che li ha sempre contraddistinti. Diego Gallo, Segretario Generale Cgil Veneto In piazza tutti gli uomini liberi Sì,è vero, è tempo di scendere in piazza. Girotondi e movimenti tutti lo faranno in occasione del passaggio al Senato della “salva - Previti” e sarà solo il prologo d’una grande ed inclusiva manifestazione nazionale che, come felicemente auspicato da Antonio Padellaro, chiami a raccolta tutti gli uomini liberi e fieri di opporsi - senza graduatorie o primogeniture - al decadimento che questo governo vuole imporci. Giuliana Quattromini, Girotondi Napoli
21 dicembre 2004
pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 5) nella sezione "Politica"
L'Unità - No, non siamo andati a casa
No, non siamo andati a casa
di Daria Colombo
«Che fine ha fatto la società civile?» si domanda Antonio Padellaro nell'editoriale di sabato, giustamente disgustato, come tutti noi, dall'ignobile stravolgimento ad uso e consumo del governo, della nostra Carta Costituzionale e dal relativo festeggiamento berlusconian-leghista, con roselline bianche, in piazza Montecitorio. Dov'è finito, si chiede, il popolo di piazza San Giovanni ora, che “un ordigno della potenza di cento leggi Schifani e Cirami minaccia la nostra democrazia”, rischiando di condurre l'Italia in un vicolo cieco senza ritorno? Non esiste, naturalmente, una sola risposta, ma ritengo che qualsiasi tentativo di trovarla debba partire necessariamente da due considerazioni fondamentali: difficilmente un movimento, e quello di cui parliamo e al quale appartengo, non fa eccezione, può essere considerato un'entità omogenea e inoltre non può nemmeno, per sua natura, darsi un'organizzazione permanente e definitiva che lo trasformerebbe di fatto nel surrogato di in un partito. Entrambe le cose hanno aspetti positivi e negativi. Le diversità e originalità intrinseche ad un movimento di tipo nuovo, nato sulla difesa dei diritti (diversità che, dal mio punto di vista, non sono quasi mai di merito, ma di metodo e di funzione) ne costituiscono senz'altro la ricchezza ed anche uno dei motivi del grosso seguito, ma emergono quasi sempre in maniera prepotente nelle fasi immediatamente successive alle grandi manifestazioni, trasformandosi spesso in elemento paralizzante. Dopo importanti eventi di piazza, scaturiti da un particolare contesto storico e da situazioni oggettive, taluni tra i cosiddetti leader mediatici prendono come un successo personale quello che è esclusivamente un successo collettivo determinato da esigenze di nuova partecipazione e socialità, dimenticano di non essere rappresentanti di nessuno, rinunciano definitivamente alla pazienza della mediazione, anzi la demonizzano (che di duri e puri, si sa i movimenti sono costellati), pretendono di “dettare la linea” e creano così disorientamento in chi segue, con defatiganti distinguo e teorizzazioni superflue, trascurando sostanzialmente che “fare movimento” è l'unico scopo del nostro esistere. Gli altri elementi di forza di un movimento, la spontaneità e l'estemporaneità, fanno sì che esso non possa avere vita continuativa, il che però non va necessariamente considerato un male, né un limite di senso. Tento di spiegarmi partendo dall'affermazione di Padellaro che “in politica, come in molte cose della vita, ciò che non resiste non esiste”. Io credo, invece, che esistano in politica, e in molte cose della vita, anche l'evoluzione e la trasformazione e anche l'inevitabile chiusura di alcuni cicli, necessaria per aprirne altri, il che non significa affatto un fallimento, a patto che l'esperienza prodotta abbia maturato idee e consapevolezza valide a produrne appunto di nuove, di maggior peso ma anche di minor rilevanza. Mai, nemmeno per un istante ho pensato che non fosse questo il nostro caso. Lo so, lo vedo quotidianamente. Vorrei rincuorare Padellaro garantendogli che, a fronte di una Montecitorio silente, decine di iniziative, sparse su tutto il territorio italiano, scollegate tra loro (e questo è un limite), esprimevano il loro sgomento ed il loro desiderio di manifestarlo, se pur in modo mediaticamente ininfluente (e questo è un limite ancor maggiore). È importante ricordare che a fianco di un sostanziale aumento di iscrizioni ai partiti di centrosinistra e di reali nuovi elettori, esistono anche una la miriade di gruppi e di associazioni, nate dall'esperienza di piazza S. Giovanni e non solo, che pongono la partecipazione politica, agita in modo non tradizionale, alla base del loro essere. Esiste insomma, un riavvicinamento sostanziale alla vita politica del paese, con modalità e forme diverse ed individualizzate, basato oggi su un impegno reale, se pur non coordinato a livello nazionale (ma non per questo poco importante), in cui i girotondi hanno giocato un ruolo importante. Ma andiamo avanti… Può benissimo essere che alcune delle persone che hanno dato vita al fenomeno dei girotondi sentano “di aver esaurito il proprio compito nella spinta propulsiva data ai nostri parlamentari che si battono nelle aule parlamentari quasi sempre ai limiti delle loro possibilità”, non mi sento affatto di escluderlo. Come pure non mi sento di escludere che la miopia dei partiti nell'aprirsi o nel chiudersi ai movimenti in modo spesso strumentale, abbia demotivato definitivamente alcuni partecipanti occasionali di cui si compone il movimento, i quali non tengono nel debito conto che il necessario processo di rinnovamento dei partiti richiede inevitabilmente tempi lunghissimi ed è destinato ad incontrare anche grosse resistenze. E non mi sento inoltre neanche di escludere che una certa linea di contrapposizione tra le due realtà, movimenti e partiti, abbia giocato un ruolo di allontanamento per chi aveva fatto dell'unità, oltre alla difesa dei diritti, il centro del proprio impegno. Vale la pena ricordare ancora una volta, che la conquista di risultati concreti potrà essere realizzata solo tenendo sempre presente, nel rispetto reciproco, la diversità delle funzioni, insomma: i partiti devono fare i partiti e i movimenti devono fare i movimenti, senza confusione di ruoli o di prerogative, come a volte succede. Talvolta ai partiti fa comodo avere chi grida (mentre talvolta ne vengono disturbati), ma loro devono fare il loro lavoro a prescindere da ciò e, ovviamente, in modo continuativo, senza pensare che debbano esserci i movimenti ad urlare al posto loro. Ricordiamoci inoltre che i partiti hanno il dovere di ascoltare tutto ciò che si muove nella società, ma non il diritto di pretendere e neppure di chiedere, che i movimenti non agiscano autonomamente, cosa che deve avvenire secondo le loro specifiche esigenze, le loro spinte, le loro possibilità e capacità di presa. E proprio perché siamo cittadini che si organizzano in modo tematico e s'infiammano su argomenti cruciali, è normale che ci siano delle pause, mentre sarebbe più grave che se le prendessero i partiti. Ma non possiamo neppure dimenticarci che esiste una parte di società civile che si è sentita tradita da chi ha trasformato la difesa dei diritti in un incessante attacco ai partiti o addirittura nella pretesa di sostituirsi ad essi. Molte persone inoltre, si sentono schiacciate da un sentimento d'impotenza davanti all'inesorabile percorso di scempio della democrazia che sta compiendo l'attuale governo e anche, non possiamo non tenerne conto, annichilite dall'agghiacciante quadro internazionale, il quale fa apparire quasi poca cosa perfino le nostre drammatiche vicende italiane. Ma la domanda di fondo resta e voglio tentare di dare una risposta, pur senza la pretesa che sia quella assoluta. Esiste ancora, direttore, una cittadinanza attiva e consapevole, forse oggi più silenziosa, ma che non lo sarà certamente per sempre. Sono tanti i cittadini contrari a questo governo che sentono che la politica non è solo quella che si fa in Parlamento, ma anche in tanti altri luoghi, e, no, non è vero che “tutte quelle persone se ne sono semplicemente tornate a casa”. E comunque, se pur lo avessero fatto (non dimentichiamoci che i movimenti sono composti da volontari che spesso fanno i conti con la realtà, talvolta piacevole, talvolta sacrificata, della loro vita), resto convinta che “se ne siano tornate a casa” con una consapevolezza differente, la quale produrrà comunque dei frutti, come avviene per ciascun movimento che è anche di pensiero. Certamente, oggi siamo in un momento diverso da quando, all'inizio di questa sciagurata legislatura, andare in piazza voleva semplicemente dire assolvere ad un dovere individuale, oserei dire quasi esclusivamente etico, oggi che un po' di acqua è passata sotto i ponti e che la situazione italiana si è definita in tutta la sua drammatica pericolosità, si mira anche ad un risultato concreto, il che difficilmente potrebbe essere prodotto da un un'unica, pur imponente manifestazione (un'altra S. Giovanni non otterrebbe, oggi, per capirci, il medesimo risultato di allora, proprio per il fatto di non essere la prima). Per questo, ben consapevoli dei rischi che sta correndo la democrazia, si sta pensando in questi giorni, ad una mobilitazione altrettanto importante, che coinvolga più gente possibile, da realizzare se pur con modalità diverse, su tutto il territorio italiano, attuata anche in momenti diversi ma coordinata e pensata in concerto tra le varie realtà, come un'enorme staffetta di tempi e di luoghi. Oltre a creare informazione sul tema, dovrà produrre un serio risultato specifico: l'abolizione di questa ignobile controriforma della Costituzione, attraverso il referendum. Il movimento in tutte le sue componenti, si sta riorganizzando su questo progetto. Nel frattempo, è con lo stesso spirito di servizio, con la medesima tenacia e desiderio di supplire alla disinformazione faziosa e colpevole, egregiamente descritta da Padellaro, che si terrà il prossimo lunedì, a Milano, una coraggiosa iniziativa sulla riforma dell'Ordinamento Giudiziario, che verrà votata al Senato il giorno successivo. Sappiamo già che questa riforma, altamente lesiva dell'autonomia della magistratura, passerà, sappiamo anche che probabilmente, per tutti i motivi che si è tentato di dire e per molti altri ancora, non ci sarà tutta “la Milano del Palavobis” a gridare con noi il proprio sdegno, sappiamo già che non guadagneremo i titoli in prima pagina e che potrebbe anche esserci qualcuno a dirci “dovevate fare di più”, ma noi continueremo ugualmente, con i nostri mezzi, con i nostri linguaggi e le nostre possibilità a tentare di promuovere cittadinanza consapevole e attiva. In attesa di essere considerati “emotivamente instabili”, saranno con noi, domani sera alle 21, al Teatro Dell'Arte, alcuni giudici di varie correnti della Magistratura, come Armando Spataro, Claudio Castelli, Pier Camillo Davigo, Fabio Roia e Piero Martello, oltre ai generosissimi Paolo Hendel e Marco Travaglio. Mi auguro che una sala strapiena e partecipata, rassicuri il direttore, e noi con lui, che la società civile non ha per nulla rinunciato ad esserci, e che dimostri invece, una volta di più, di avere ancora tanto fiato in gola per urlare i propri no, e anche tanta, tanta, energia per le necessarie battaglie a venire. movimento@girotondiperlademocrazia.it
25 ottobre 2004
pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 26) nella sezione "Commenti"
di Daria Colombo
«Che fine ha fatto la società civile?» si domanda Antonio Padellaro nell'editoriale di sabato, giustamente disgustato, come tutti noi, dall'ignobile stravolgimento ad uso e consumo del governo, della nostra Carta Costituzionale e dal relativo festeggiamento berlusconian-leghista, con roselline bianche, in piazza Montecitorio. Dov'è finito, si chiede, il popolo di piazza San Giovanni ora, che “un ordigno della potenza di cento leggi Schifani e Cirami minaccia la nostra democrazia”, rischiando di condurre l'Italia in un vicolo cieco senza ritorno? Non esiste, naturalmente, una sola risposta, ma ritengo che qualsiasi tentativo di trovarla debba partire necessariamente da due considerazioni fondamentali: difficilmente un movimento, e quello di cui parliamo e al quale appartengo, non fa eccezione, può essere considerato un'entità omogenea e inoltre non può nemmeno, per sua natura, darsi un'organizzazione permanente e definitiva che lo trasformerebbe di fatto nel surrogato di in un partito. Entrambe le cose hanno aspetti positivi e negativi. Le diversità e originalità intrinseche ad un movimento di tipo nuovo, nato sulla difesa dei diritti (diversità che, dal mio punto di vista, non sono quasi mai di merito, ma di metodo e di funzione) ne costituiscono senz'altro la ricchezza ed anche uno dei motivi del grosso seguito, ma emergono quasi sempre in maniera prepotente nelle fasi immediatamente successive alle grandi manifestazioni, trasformandosi spesso in elemento paralizzante. Dopo importanti eventi di piazza, scaturiti da un particolare contesto storico e da situazioni oggettive, taluni tra i cosiddetti leader mediatici prendono come un successo personale quello che è esclusivamente un successo collettivo determinato da esigenze di nuova partecipazione e socialità, dimenticano di non essere rappresentanti di nessuno, rinunciano definitivamente alla pazienza della mediazione, anzi la demonizzano (che di duri e puri, si sa i movimenti sono costellati), pretendono di “dettare la linea” e creano così disorientamento in chi segue, con defatiganti distinguo e teorizzazioni superflue, trascurando sostanzialmente che “fare movimento” è l'unico scopo del nostro esistere. Gli altri elementi di forza di un movimento, la spontaneità e l'estemporaneità, fanno sì che esso non possa avere vita continuativa, il che però non va necessariamente considerato un male, né un limite di senso. Tento di spiegarmi partendo dall'affermazione di Padellaro che “in politica, come in molte cose della vita, ciò che non resiste non esiste”. Io credo, invece, che esistano in politica, e in molte cose della vita, anche l'evoluzione e la trasformazione e anche l'inevitabile chiusura di alcuni cicli, necessaria per aprirne altri, il che non significa affatto un fallimento, a patto che l'esperienza prodotta abbia maturato idee e consapevolezza valide a produrne appunto di nuove, di maggior peso ma anche di minor rilevanza. Mai, nemmeno per un istante ho pensato che non fosse questo il nostro caso. Lo so, lo vedo quotidianamente. Vorrei rincuorare Padellaro garantendogli che, a fronte di una Montecitorio silente, decine di iniziative, sparse su tutto il territorio italiano, scollegate tra loro (e questo è un limite), esprimevano il loro sgomento ed il loro desiderio di manifestarlo, se pur in modo mediaticamente ininfluente (e questo è un limite ancor maggiore). È importante ricordare che a fianco di un sostanziale aumento di iscrizioni ai partiti di centrosinistra e di reali nuovi elettori, esistono anche una la miriade di gruppi e di associazioni, nate dall'esperienza di piazza S. Giovanni e non solo, che pongono la partecipazione politica, agita in modo non tradizionale, alla base del loro essere. Esiste insomma, un riavvicinamento sostanziale alla vita politica del paese, con modalità e forme diverse ed individualizzate, basato oggi su un impegno reale, se pur non coordinato a livello nazionale (ma non per questo poco importante), in cui i girotondi hanno giocato un ruolo importante. Ma andiamo avanti… Può benissimo essere che alcune delle persone che hanno dato vita al fenomeno dei girotondi sentano “di aver esaurito il proprio compito nella spinta propulsiva data ai nostri parlamentari che si battono nelle aule parlamentari quasi sempre ai limiti delle loro possibilità”, non mi sento affatto di escluderlo. Come pure non mi sento di escludere che la miopia dei partiti nell'aprirsi o nel chiudersi ai movimenti in modo spesso strumentale, abbia demotivato definitivamente alcuni partecipanti occasionali di cui si compone il movimento, i quali non tengono nel debito conto che il necessario processo di rinnovamento dei partiti richiede inevitabilmente tempi lunghissimi ed è destinato ad incontrare anche grosse resistenze. E non mi sento inoltre neanche di escludere che una certa linea di contrapposizione tra le due realtà, movimenti e partiti, abbia giocato un ruolo di allontanamento per chi aveva fatto dell'unità, oltre alla difesa dei diritti, il centro del proprio impegno. Vale la pena ricordare ancora una volta, che la conquista di risultati concreti potrà essere realizzata solo tenendo sempre presente, nel rispetto reciproco, la diversità delle funzioni, insomma: i partiti devono fare i partiti e i movimenti devono fare i movimenti, senza confusione di ruoli o di prerogative, come a volte succede. Talvolta ai partiti fa comodo avere chi grida (mentre talvolta ne vengono disturbati), ma loro devono fare il loro lavoro a prescindere da ciò e, ovviamente, in modo continuativo, senza pensare che debbano esserci i movimenti ad urlare al posto loro. Ricordiamoci inoltre che i partiti hanno il dovere di ascoltare tutto ciò che si muove nella società, ma non il diritto di pretendere e neppure di chiedere, che i movimenti non agiscano autonomamente, cosa che deve avvenire secondo le loro specifiche esigenze, le loro spinte, le loro possibilità e capacità di presa. E proprio perché siamo cittadini che si organizzano in modo tematico e s'infiammano su argomenti cruciali, è normale che ci siano delle pause, mentre sarebbe più grave che se le prendessero i partiti. Ma non possiamo neppure dimenticarci che esiste una parte di società civile che si è sentita tradita da chi ha trasformato la difesa dei diritti in un incessante attacco ai partiti o addirittura nella pretesa di sostituirsi ad essi. Molte persone inoltre, si sentono schiacciate da un sentimento d'impotenza davanti all'inesorabile percorso di scempio della democrazia che sta compiendo l'attuale governo e anche, non possiamo non tenerne conto, annichilite dall'agghiacciante quadro internazionale, il quale fa apparire quasi poca cosa perfino le nostre drammatiche vicende italiane. Ma la domanda di fondo resta e voglio tentare di dare una risposta, pur senza la pretesa che sia quella assoluta. Esiste ancora, direttore, una cittadinanza attiva e consapevole, forse oggi più silenziosa, ma che non lo sarà certamente per sempre. Sono tanti i cittadini contrari a questo governo che sentono che la politica non è solo quella che si fa in Parlamento, ma anche in tanti altri luoghi, e, no, non è vero che “tutte quelle persone se ne sono semplicemente tornate a casa”. E comunque, se pur lo avessero fatto (non dimentichiamoci che i movimenti sono composti da volontari che spesso fanno i conti con la realtà, talvolta piacevole, talvolta sacrificata, della loro vita), resto convinta che “se ne siano tornate a casa” con una consapevolezza differente, la quale produrrà comunque dei frutti, come avviene per ciascun movimento che è anche di pensiero. Certamente, oggi siamo in un momento diverso da quando, all'inizio di questa sciagurata legislatura, andare in piazza voleva semplicemente dire assolvere ad un dovere individuale, oserei dire quasi esclusivamente etico, oggi che un po' di acqua è passata sotto i ponti e che la situazione italiana si è definita in tutta la sua drammatica pericolosità, si mira anche ad un risultato concreto, il che difficilmente potrebbe essere prodotto da un un'unica, pur imponente manifestazione (un'altra S. Giovanni non otterrebbe, oggi, per capirci, il medesimo risultato di allora, proprio per il fatto di non essere la prima). Per questo, ben consapevoli dei rischi che sta correndo la democrazia, si sta pensando in questi giorni, ad una mobilitazione altrettanto importante, che coinvolga più gente possibile, da realizzare se pur con modalità diverse, su tutto il territorio italiano, attuata anche in momenti diversi ma coordinata e pensata in concerto tra le varie realtà, come un'enorme staffetta di tempi e di luoghi. Oltre a creare informazione sul tema, dovrà produrre un serio risultato specifico: l'abolizione di questa ignobile controriforma della Costituzione, attraverso il referendum. Il movimento in tutte le sue componenti, si sta riorganizzando su questo progetto. Nel frattempo, è con lo stesso spirito di servizio, con la medesima tenacia e desiderio di supplire alla disinformazione faziosa e colpevole, egregiamente descritta da Padellaro, che si terrà il prossimo lunedì, a Milano, una coraggiosa iniziativa sulla riforma dell'Ordinamento Giudiziario, che verrà votata al Senato il giorno successivo. Sappiamo già che questa riforma, altamente lesiva dell'autonomia della magistratura, passerà, sappiamo anche che probabilmente, per tutti i motivi che si è tentato di dire e per molti altri ancora, non ci sarà tutta “la Milano del Palavobis” a gridare con noi il proprio sdegno, sappiamo già che non guadagneremo i titoli in prima pagina e che potrebbe anche esserci qualcuno a dirci “dovevate fare di più”, ma noi continueremo ugualmente, con i nostri mezzi, con i nostri linguaggi e le nostre possibilità a tentare di promuovere cittadinanza consapevole e attiva. In attesa di essere considerati “emotivamente instabili”, saranno con noi, domani sera alle 21, al Teatro Dell'Arte, alcuni giudici di varie correnti della Magistratura, come Armando Spataro, Claudio Castelli, Pier Camillo Davigo, Fabio Roia e Piero Martello, oltre ai generosissimi Paolo Hendel e Marco Travaglio. Mi auguro che una sala strapiena e partecipata, rassicuri il direttore, e noi con lui, che la società civile non ha per nulla rinunciato ad esserci, e che dimostri invece, una volta di più, di avere ancora tanto fiato in gola per urlare i propri no, e anche tanta, tanta, energia per le necessarie battaglie a venire. movimento@girotondiperlademocrazia.it
25 ottobre 2004
pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 26) nella sezione "Commenti"
L'Unità - Elezioni Europee 2004
Votare, votare, votare. E non solo
di Daria Colombo
Quali sono i motivi per andare a votare sabato e domenica? Potremmo parlare del post fascismo di Fini, della volgarità di Borghezio, della demagogia strumentale del “meno tasse per tutti” o dell'arroganza di un presidente del consiglio, candidato ineleggibile, che non accetta alcun contraddittorio ed insegue, dichiarandolo sfacciatamente, la pericolosa china del cinquantun per cento, alla faccia dei suoi stessi alleati. Potremmo citare le miserabili polemiche sulla rovinosa guerra in Iraq, osteggiata di fatto dall'intero centro sinistra e sostenuta di fatto dall'attuale centro destra. O potremmo ironizzare sull'ottimismo fasullo del governo riguardo ad un'economia sempre più in declino, con la gente che stenta ad arrivare alla fine del mese. Potremmo ricordare le svariate leggi “ad personam” e le reiterate minacce all'autonomia della magistratura, oppure le sbandierate “riforme” della scuola e della salute, destinate ad aumentare sempre più il divario tra cittadini facoltosi e quelli meno abbienti. Potremmo ricorrere ancora una volta ai nomi di Biagi, Santoro e Luttazzi, esempi di discriminazione non certamente isolati, in un'informazione che ben poco ha conservato del pluralismo dovuto ai cittadini. Potremmo perfino far leva sul diffuso sentimento di ingiustizia e sull'istinto di rivalsa che ci prende davanti alla marea di spot che sommerge l'elettorato, in una sproporzione propagandistica evidente ed offensiva, dovuta esclusivamente allo strapotere economico. Potremmo... Ma ferma restando la validità di questi e di molti altri argomenti, credo che uno su tutti sia quello che debba spingere coloro che hanno riempito le piazze negli ultimi due anni e mezzo, e non solo loro, ad esprimere massicciamente, attraverso il voto, un dissenso “senza se e senza ma” nei confronti dell'attuale governo di centrodestra, e cioè la maturata consapevolezza che la partecipazione dei cittadini alla vita politica del paese è lo strumento essenziale per garantire non solo l'efficienza, ma la stessa soppravivenza del nostro sistema democratico. Vale la pena di sottolineare qui che l'elemento fondamentale che ha fatto nascere e sviluppare i movimenti di ultima generazione é proprio la riscoperta della volontà di partecipare, contrappasso positivo al richiudersi nel privato o nel lavoro che ha caratterizzato, con qualche eccezione, la società negli ultimi vent'anni. Essere cittadini consapevoli e responsabili oggi non significa più solo consegnare ad un'urna la propria preferenza e delegare esclusivanente agli eletti la gestione della cosa pubblica. La mentalita della delega “tout court” e... “ne riparliamo alle prossime elezioni”, fa parte di una logica superata a favore di una rinnovata volontà di contare, e, perchè no, di condizionare la vita politica del paese, della maggioranza o dell'opposizione, anche attraverso percorsi diversi da quelli tradizionali. Questo ha riempito di nuovo le piazze di folle di tutte le categorie sociali, storiche o recenti. Questo ha fatto nascere, di fronte all'emergenza democratica che attanaglia il nostro paese, una miriade di nuove aggregazioni e di nuove formule espressive in difesa dei diritti. Questo è ciò che potrà contribuire fortemente a cambiare il volto e la stessa essenza di una politica paludata, nella quale la gente sente spesso, a torto o a ragione, di non riconoscersi. Questo, infine, senza nulla togliere alla battaglia parlamentare delle opposizioni, è l'elemento di novità politica dell'infelice era berlusconiana, e ci auguriamo fortemente che coloro che voteremo lo valutino nel giusto significato: come un fenomeno cioè, indiscutibilmente importante e non transitorio, con il quale confrontarsi e soprattutto da non guardare con sufficienza. Fenomeno importante ed originale, dicevamo, che però, si badi bene, non disconosce affatto, nè certamente prescinde, da quello che resta il principale strumento di partecipazione democratica: la possibilità di tutti i cittadini di esprimersi attraverso il voto. C'è un collante che lega fortemente le diversità contenute in un movimento nato sulla difesa dei diritti: la preoccupazione che le scelte dell'attuale governo svuotino di significarto i valori fondamentali della nostra democrazia, ci sembra doveroso sottolineare in questo momento, che tra i valori che dobbiamo continuare ad affermare, persiste sicuramente la libertà di esercitare consapevolmente il diritto di voto. Vale sempre, comunque, la pena di votare, ed è significativo quanto siano più che mai valide ed attuali le argomentazioni a sostegno di questa tesi che si usarono nelle prime elezioni libere del dopoguerra, quando la parola democrazia non era data per scontata dalle nuove generazioni: l'esempio per chi non ne ha ancora capito il valore, il rispetto verso coloro che ben lo comprendono ma non possono esercitarlo, il riscatto di chi, per conquistare questa possibilità, ha lottato e sofferto o addirittura ci è morto. Ma anche, semplicemente, l'acquisizione del diritto di critica o di chieder conto, domani, ai nostri rappresentanti, che può esserci consentita solo dall'aver esercitato il nostro diritto-dovere di elettori. Vale sempre, comunque, la pena di votare, perfino quando si sa di perdere, per la pura affermazione delle proprie idee e del proprio diritto ad esprimerle, ma vale più che mai nei momenti difficili della nostra democrazia come quello attuale, in cui s'intravede tuttavia la possibilità di una sensibile affermazione del cenrtrosinistra, il che significherebbe non soltanto un forte segnale di cambiamento nel paese, ma anche la riaffermazione dei diritti e dei valori per i quali ci siamo mossi e che ci accomunano tutti, noi dell'opposizione, gente di partito o di movimento. Lasciandoci tentare da cinismo, scoramento o frustrazione, non aiuteremo certo il paese nè con la rinuncia, nè con un'astensionismo di protesta, ma di contro, sarebbe assolutamente drammatico, nell'attuale momento storico, ritrovarsi a dire, dopo, che abbiamo perso per una manciata di voti. La scelta di trasversalità del movimento Girotondi per la Democrazia del quale facciamo parte, ci obbliga a non dare specifiche indicazioni di voto, poichè la preferenza di alcuni potrebbe non coincidere con la preferenza di altri, ciascuna legittima, ciascuna rispettabile. Tantomeno crediamo che in questo momento politico tocchi a noi esprimere candidature, nè spingere o sostenere questo o quel candidato (quelli emersi dall'esperienza del movimento infatti, correttamente “portano in dote” esclusivamente la loro storia personale e le loro idee), ma vale la pena una volta di più, di sottolineare l'importanza che le nuove forme della politica, così creativamente espresse da nord a sud del paese, vengano ad affiancarsi alle forme sane che la politica tradizionale ci ha consegnato, in primis il diritto di votare. Un' ultima riflessione. Persiste in Italia la tendenza a considerare le Europee come elezioni non determinanti nella vita politica, ma la difesa della pace nel continente e nel mondo, la salvaguardia degli interessi economici del paese (il problema del prezzo del petrolio, per esempio, sarà sicuramente affrontato meglio con la prospettiva di una moneta europea, che con la nostra vecchia lira) e il tema della difesa dei diritti, per noi determinante, non possono oggi prescindere da un' unione dei popoli europei più forte e più consapevole, tutti noi pagheremmo molto cara l'ingenuità di non capire che i temi legati all'Europa, sono tutti temi assolutamente fondamentali anche per il nostro paese. Non perdiamo l'occasione, sabato e domenica, di esprimere insieme alla nostra preferenza, qualcosa di nuovo, anzi di antico: la forza della partecipazione ed il rispetto per una politica alta, espressione autentica dell'opinione della gente comune. Scegliamo ciascuno la lista, la persona, il programma, che più ci hanno convinto, i più vicini alla sensibilità individuale di ciascuno di noi, ed esprimiamo con lo strumento essenziale che la democrazia ci mette a disposizione, il voto, pure la rinnovata consapevolezza che “se pur noi non ci occupassimo di politica, la politica comunque, si occuperebbe di noi”, facendolo con idee e strumenti che potrebbero anche non piacerci per niente. movimento@girotondiperlademocrazia.it
12 giugno 2004
pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 26) nella sezione "Commenti"
di Daria Colombo
Quali sono i motivi per andare a votare sabato e domenica? Potremmo parlare del post fascismo di Fini, della volgarità di Borghezio, della demagogia strumentale del “meno tasse per tutti” o dell'arroganza di un presidente del consiglio, candidato ineleggibile, che non accetta alcun contraddittorio ed insegue, dichiarandolo sfacciatamente, la pericolosa china del cinquantun per cento, alla faccia dei suoi stessi alleati. Potremmo citare le miserabili polemiche sulla rovinosa guerra in Iraq, osteggiata di fatto dall'intero centro sinistra e sostenuta di fatto dall'attuale centro destra. O potremmo ironizzare sull'ottimismo fasullo del governo riguardo ad un'economia sempre più in declino, con la gente che stenta ad arrivare alla fine del mese. Potremmo ricordare le svariate leggi “ad personam” e le reiterate minacce all'autonomia della magistratura, oppure le sbandierate “riforme” della scuola e della salute, destinate ad aumentare sempre più il divario tra cittadini facoltosi e quelli meno abbienti. Potremmo ricorrere ancora una volta ai nomi di Biagi, Santoro e Luttazzi, esempi di discriminazione non certamente isolati, in un'informazione che ben poco ha conservato del pluralismo dovuto ai cittadini. Potremmo perfino far leva sul diffuso sentimento di ingiustizia e sull'istinto di rivalsa che ci prende davanti alla marea di spot che sommerge l'elettorato, in una sproporzione propagandistica evidente ed offensiva, dovuta esclusivamente allo strapotere economico. Potremmo... Ma ferma restando la validità di questi e di molti altri argomenti, credo che uno su tutti sia quello che debba spingere coloro che hanno riempito le piazze negli ultimi due anni e mezzo, e non solo loro, ad esprimere massicciamente, attraverso il voto, un dissenso “senza se e senza ma” nei confronti dell'attuale governo di centrodestra, e cioè la maturata consapevolezza che la partecipazione dei cittadini alla vita politica del paese è lo strumento essenziale per garantire non solo l'efficienza, ma la stessa soppravivenza del nostro sistema democratico. Vale la pena di sottolineare qui che l'elemento fondamentale che ha fatto nascere e sviluppare i movimenti di ultima generazione é proprio la riscoperta della volontà di partecipare, contrappasso positivo al richiudersi nel privato o nel lavoro che ha caratterizzato, con qualche eccezione, la società negli ultimi vent'anni. Essere cittadini consapevoli e responsabili oggi non significa più solo consegnare ad un'urna la propria preferenza e delegare esclusivanente agli eletti la gestione della cosa pubblica. La mentalita della delega “tout court” e... “ne riparliamo alle prossime elezioni”, fa parte di una logica superata a favore di una rinnovata volontà di contare, e, perchè no, di condizionare la vita politica del paese, della maggioranza o dell'opposizione, anche attraverso percorsi diversi da quelli tradizionali. Questo ha riempito di nuovo le piazze di folle di tutte le categorie sociali, storiche o recenti. Questo ha fatto nascere, di fronte all'emergenza democratica che attanaglia il nostro paese, una miriade di nuove aggregazioni e di nuove formule espressive in difesa dei diritti. Questo è ciò che potrà contribuire fortemente a cambiare il volto e la stessa essenza di una politica paludata, nella quale la gente sente spesso, a torto o a ragione, di non riconoscersi. Questo, infine, senza nulla togliere alla battaglia parlamentare delle opposizioni, è l'elemento di novità politica dell'infelice era berlusconiana, e ci auguriamo fortemente che coloro che voteremo lo valutino nel giusto significato: come un fenomeno cioè, indiscutibilmente importante e non transitorio, con il quale confrontarsi e soprattutto da non guardare con sufficienza. Fenomeno importante ed originale, dicevamo, che però, si badi bene, non disconosce affatto, nè certamente prescinde, da quello che resta il principale strumento di partecipazione democratica: la possibilità di tutti i cittadini di esprimersi attraverso il voto. C'è un collante che lega fortemente le diversità contenute in un movimento nato sulla difesa dei diritti: la preoccupazione che le scelte dell'attuale governo svuotino di significarto i valori fondamentali della nostra democrazia, ci sembra doveroso sottolineare in questo momento, che tra i valori che dobbiamo continuare ad affermare, persiste sicuramente la libertà di esercitare consapevolmente il diritto di voto. Vale sempre, comunque, la pena di votare, ed è significativo quanto siano più che mai valide ed attuali le argomentazioni a sostegno di questa tesi che si usarono nelle prime elezioni libere del dopoguerra, quando la parola democrazia non era data per scontata dalle nuove generazioni: l'esempio per chi non ne ha ancora capito il valore, il rispetto verso coloro che ben lo comprendono ma non possono esercitarlo, il riscatto di chi, per conquistare questa possibilità, ha lottato e sofferto o addirittura ci è morto. Ma anche, semplicemente, l'acquisizione del diritto di critica o di chieder conto, domani, ai nostri rappresentanti, che può esserci consentita solo dall'aver esercitato il nostro diritto-dovere di elettori. Vale sempre, comunque, la pena di votare, perfino quando si sa di perdere, per la pura affermazione delle proprie idee e del proprio diritto ad esprimerle, ma vale più che mai nei momenti difficili della nostra democrazia come quello attuale, in cui s'intravede tuttavia la possibilità di una sensibile affermazione del cenrtrosinistra, il che significherebbe non soltanto un forte segnale di cambiamento nel paese, ma anche la riaffermazione dei diritti e dei valori per i quali ci siamo mossi e che ci accomunano tutti, noi dell'opposizione, gente di partito o di movimento. Lasciandoci tentare da cinismo, scoramento o frustrazione, non aiuteremo certo il paese nè con la rinuncia, nè con un'astensionismo di protesta, ma di contro, sarebbe assolutamente drammatico, nell'attuale momento storico, ritrovarsi a dire, dopo, che abbiamo perso per una manciata di voti. La scelta di trasversalità del movimento Girotondi per la Democrazia del quale facciamo parte, ci obbliga a non dare specifiche indicazioni di voto, poichè la preferenza di alcuni potrebbe non coincidere con la preferenza di altri, ciascuna legittima, ciascuna rispettabile. Tantomeno crediamo che in questo momento politico tocchi a noi esprimere candidature, nè spingere o sostenere questo o quel candidato (quelli emersi dall'esperienza del movimento infatti, correttamente “portano in dote” esclusivamente la loro storia personale e le loro idee), ma vale la pena una volta di più, di sottolineare l'importanza che le nuove forme della politica, così creativamente espresse da nord a sud del paese, vengano ad affiancarsi alle forme sane che la politica tradizionale ci ha consegnato, in primis il diritto di votare. Un' ultima riflessione. Persiste in Italia la tendenza a considerare le Europee come elezioni non determinanti nella vita politica, ma la difesa della pace nel continente e nel mondo, la salvaguardia degli interessi economici del paese (il problema del prezzo del petrolio, per esempio, sarà sicuramente affrontato meglio con la prospettiva di una moneta europea, che con la nostra vecchia lira) e il tema della difesa dei diritti, per noi determinante, non possono oggi prescindere da un' unione dei popoli europei più forte e più consapevole, tutti noi pagheremmo molto cara l'ingenuità di non capire che i temi legati all'Europa, sono tutti temi assolutamente fondamentali anche per il nostro paese. Non perdiamo l'occasione, sabato e domenica, di esprimere insieme alla nostra preferenza, qualcosa di nuovo, anzi di antico: la forza della partecipazione ed il rispetto per una politica alta, espressione autentica dell'opinione della gente comune. Scegliamo ciascuno la lista, la persona, il programma, che più ci hanno convinto, i più vicini alla sensibilità individuale di ciascuno di noi, ed esprimiamo con lo strumento essenziale che la democrazia ci mette a disposizione, il voto, pure la rinnovata consapevolezza che “se pur noi non ci occupassimo di politica, la politica comunque, si occuperebbe di noi”, facendolo con idee e strumenti che potrebbero anche non piacerci per niente. movimento@girotondiperlademocrazia.it
12 giugno 2004
pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 26) nella sezione "Commenti"
L'Unità - Il nostro impegno di sempre
Il nostro impegno di sempre
di Daria Colombo
Ho letto con interesse le dichiarazioni rilasciate a Firenze da Antonio Di Pietro e da Achille Occhetto, ampliamente riportate dai quotidiani, e mi viene a tale proposito spontanea qualche modesta considerazione. Me ne danno lo spunto anche le puntuali dichiarazioni dei Girotondi per la democrazia di Firenze che precisano “che non costituiranno alcun partito, né entreranno a far parte di liste per le prossime elezioni amministrative ed europee”. Essi dichiarano anche, ed io lo condivido, che “il ruolo dei Girotondi per la democrazia è quello di difendere la Costituzione dai continui attacchi e dalle manomissioni operate dal Governo Berlusconi e di sollecitare la partecipazione dei cittadini alla vita sociale e politica”. A questo proposito vale la pena di ricordare il presidio permanente che già da dieci giorni ha preso vita davanti alla sede Rai di Milano, lanciato dai movimenti e girotondi della Lombardia. 24 ore su 24 numerosi cittadini milanesi, anche assai diversi per estrazione e convincimenti politici, si “turnano” volontari per tenere accesa una simbolica “fiaccola della speranza”: la speranza che la Gasparri, considerata un grave pericolo per il diritto ad un'informazione plurale, quindi per l'intero sistema democratico, non diventi una legge dello stato italiano. Ritengo che questa, come d'altra parte tante altre numerose iniziative “girotondine” di coinvolgimento della gente in modo trasversale e di svolgimento di una funzione mediatica supplente ad un'informazione sempre più mutilata, ben esprimano lo spirito essenziale che ha fatto nascere il movimento dei girotondi. Gli amici di Firenze affermano inoltre, a mio avviso giustamente, che “i girotondi sono stati e sono stimolo e pungolo dei partiti di opposizione affinchè svolgano un'azione ferma e incisiva nella difesa dei diritti e delle libertà e perché sappiano rinnovarsi e raccogliere le richieste della società civile”. “I Girotondi - proseguono - non hanno l'obiettivo di sostituirsi ai partiti ma, secondo quanto chiesto da milioni di cittadini, agiscono per l'unità di tutte le forze del centro sinistra, da Rifondazione a l'Italia dei Valori, perché possano tornare al più presto al governo in Italia”. Anche a titolo personale ritengo valga la pena di “spingere” tutti insieme per arrivare alla realizzazione di una lista unitaria del Centro-Sinistra che non escluda nessuno, anche se resto tra quelli che ritengono che sarebbe stato sicuramente più opportuno far partire l'iniziativa dal basso, o perlomeno proporla dopo una ben larga consultazione. Un po’ meno d'accordo mi trova l'idea che nell'eventualità che questo non si realizzi, si dia vita ad un'altra lista di sinistra, perché penso disorienterebbe la gente e creerebbe ulteriori divisioni e ritengo inoltre che parlarne ora non contribuisca in ogni caso a lavorare per unire. Ma la cosa più importante che tengo a sottolineare è l'impegno sempre dichiarato dei girotondi in quanto tali, di non entrare, nè promuovere alcun tipo di lista, lasciando la legittima scelta ai singoli, noti o meno, naturalmente liberi di operare le scelte che ritengono più opportune. Altri non sono che una semplice cittadina, impegnata nella difesa dei diritti, è veramente troppo ingenuo chiedere a tutti, ma proprio tutti, i partiti del centro-sinistra di sedersi attorno ad un tavolo insieme a noi, per cercare ancora di realizzare l'unica soluzione possibile che ci permetterebbe di sperare di sconfiggere il centro-destra? Mi riferisco naturalmente alla realizzazione di una lista unitaria che possa realmente definirsi tale.
14 dicembre 2003
pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 25) nella sezione "Commenti"
di Daria Colombo
Ho letto con interesse le dichiarazioni rilasciate a Firenze da Antonio Di Pietro e da Achille Occhetto, ampliamente riportate dai quotidiani, e mi viene a tale proposito spontanea qualche modesta considerazione. Me ne danno lo spunto anche le puntuali dichiarazioni dei Girotondi per la democrazia di Firenze che precisano “che non costituiranno alcun partito, né entreranno a far parte di liste per le prossime elezioni amministrative ed europee”. Essi dichiarano anche, ed io lo condivido, che “il ruolo dei Girotondi per la democrazia è quello di difendere la Costituzione dai continui attacchi e dalle manomissioni operate dal Governo Berlusconi e di sollecitare la partecipazione dei cittadini alla vita sociale e politica”. A questo proposito vale la pena di ricordare il presidio permanente che già da dieci giorni ha preso vita davanti alla sede Rai di Milano, lanciato dai movimenti e girotondi della Lombardia. 24 ore su 24 numerosi cittadini milanesi, anche assai diversi per estrazione e convincimenti politici, si “turnano” volontari per tenere accesa una simbolica “fiaccola della speranza”: la speranza che la Gasparri, considerata un grave pericolo per il diritto ad un'informazione plurale, quindi per l'intero sistema democratico, non diventi una legge dello stato italiano. Ritengo che questa, come d'altra parte tante altre numerose iniziative “girotondine” di coinvolgimento della gente in modo trasversale e di svolgimento di una funzione mediatica supplente ad un'informazione sempre più mutilata, ben esprimano lo spirito essenziale che ha fatto nascere il movimento dei girotondi. Gli amici di Firenze affermano inoltre, a mio avviso giustamente, che “i girotondi sono stati e sono stimolo e pungolo dei partiti di opposizione affinchè svolgano un'azione ferma e incisiva nella difesa dei diritti e delle libertà e perché sappiano rinnovarsi e raccogliere le richieste della società civile”. “I Girotondi - proseguono - non hanno l'obiettivo di sostituirsi ai partiti ma, secondo quanto chiesto da milioni di cittadini, agiscono per l'unità di tutte le forze del centro sinistra, da Rifondazione a l'Italia dei Valori, perché possano tornare al più presto al governo in Italia”. Anche a titolo personale ritengo valga la pena di “spingere” tutti insieme per arrivare alla realizzazione di una lista unitaria del Centro-Sinistra che non escluda nessuno, anche se resto tra quelli che ritengono che sarebbe stato sicuramente più opportuno far partire l'iniziativa dal basso, o perlomeno proporla dopo una ben larga consultazione. Un po’ meno d'accordo mi trova l'idea che nell'eventualità che questo non si realizzi, si dia vita ad un'altra lista di sinistra, perché penso disorienterebbe la gente e creerebbe ulteriori divisioni e ritengo inoltre che parlarne ora non contribuisca in ogni caso a lavorare per unire. Ma la cosa più importante che tengo a sottolineare è l'impegno sempre dichiarato dei girotondi in quanto tali, di non entrare, nè promuovere alcun tipo di lista, lasciando la legittima scelta ai singoli, noti o meno, naturalmente liberi di operare le scelte che ritengono più opportune. Altri non sono che una semplice cittadina, impegnata nella difesa dei diritti, è veramente troppo ingenuo chiedere a tutti, ma proprio tutti, i partiti del centro-sinistra di sedersi attorno ad un tavolo insieme a noi, per cercare ancora di realizzare l'unica soluzione possibile che ci permetterebbe di sperare di sconfiggere il centro-destra? Mi riferisco naturalmente alla realizzazione di una lista unitaria che possa realmente definirsi tale.
14 dicembre 2003
pubblicato nell'edizione Nazionale (pagina 25) nella sezione "Commenti"
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Bellissima la figura del padre, così forte e fragile; quel padre ritrovato a cui si dà appuntamento come ad un innamorato in un caffè del centro.
La stanchezza degli anni, dei rapporti, del "non detto". Tante le riflessioni che mi ha offerto questo libro, un libro all'apparenza semplice, un romanzo, ma scritto con la dovizia del saper raccontare, dell'incedere giusto,del non indugiare troppo.
Quando l'ho chiuso ho guardato la copertina (che già trovavo molto bella) e ho capito che scelta migliore non poteva esserci